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| prima di tutto la pace |
di Maura Cossutta
Scenari drammatici di guerra s'avvicinano. Enorme è l'impatto con l'opinione pubblica, nel nostro Paese e nel mondo. Il rifiuto di questa guerra sta cambiando l'intero assetto delle relazioni internazionali, degli Stati e dei governi, ma anche la vita, lo stesso modo di pensare e di pensarsi di milioni di persone. Anche chi non ha partecipato alle straordinarie manifestazioni per la pace, chi non ha potuto o non ha voluto esserci, oggi comunque si interroga. Sentimenti e pensieri attraversano la quotidianità del vivere, trasformando la coscienza delle moltitudini e dei singoli. Quelle manifestazioni sono andate ben oltre la rappresentazione di una consapevolezza pacifista, contro tutte le guerre. Questa guerra intercetta domande politiche, ma anche domande esistenziali profonde, che intervengono nella costruzione dei percorsi identitari di ciascuno. Il diverso diventa simile, il distante diviene vicino. La follia di questa guerra accelera processi di consapevolezza fino ad ora impensati: sulle forme e le regole dell'ordine internazionale, sulla democrazia e il potere decisionale dei popoli, sulla pace e la giustizia sociale. Ma anche sul chi siamo, sulla ricerca di senso delle nostre vite, sulle nostre relazioni di convivenza. Prima di tutto, la pace! Dobbiamo tutte e tutti partire da qui. Anche l'8 marzo, soprattutto l'8 marzo. Non è possibile oggi, anche per le donne come noi che si rifanno alla memoria del femminismo politico, che non rinunciano a declinare la politica attraverso il genere, fuoriuscire da questo contesto. Sottrarsi alla priorità di questo nesso - donne e pace - ci condannerebbe a una sterile parzialità, ininfluenti e passive, autoreferenziali e sconfitte. So bene che siamo di fronte a una complessità che ci può schiacciare, che può offuscare e rimuovere la forza e il valore della memoria delle nostre conquiste e delle nostre elaborazioni. Non si tratta di sciogliere nella multiforme cultura della pace la nostra soggettività, ma di capire se e come in questa cultura noi ci siamo. Comunque e soprattutto noi. Le donne ci sono, nei movimenti per la pace, nei girotondi, nel social forum e nei partiti, nel sindacato. Ma è anche innegabile che il tema della differenza non è visibile né riconoscibile come negli anni passati. Interroghiamoci su questo. Se siamo più avanti oppure no. Se siamo riuscite e come a contaminare la qualità e i contenuti di questi movimenti, se e perché questa appartenenza ci riguarda, se ci basta oppure no. Sono personalmente convinta che è in atto un processo complesso, anche contraddittorio, del tutto inedito, che parla anche della crisi nostra, dei femminismi occidentali, ma insieme anche di nuove potenzialità. A Pechino abbiamo superato vizi di eurocentrismo proprio con l'irrompere delle donne del sud del mondo e superato l'idealizzazione di luoghi politici marginali, ritrovando il nesso inscindibile tra libertà e uguaglianza, libertà e trasformazione. A partire dalla condizione economica e sociale di tutte le donne, abbiamo imposto il cambiamento dello stesso sistema analitico della globalizzazione, della definizione dello sviluppo, dei suoi obiettivi, degli indicatori del benessere. Vandana Shiva scriveva: "La produzione, la più forte categoria attraverso la quale il capitalismo si impone globalmente, implica la trasformazione del valore in non valore". Se i produttori consumano ciò che essi stessi producono, e cioè non vi è alcuna transazione monetaria, la loro attività rimane esterna alla frontiera della produzione e ufficialmente essi non producono. Abbiamo così capito che il sistema contabile non registra l'insieme delle attività non monetarie, che però assicurano la riproduzione dell'economia di sussistenza e dell'economia della natura. E che queste devono invece essere il motore di un moderno pensiero politico, che assuma la centralità della redistribuzione globale, la questione ambientale e quella di genere. Uguaglianza, sviluppo, pace. Spetta oggi ancora a noi donne la coerenza e la prospettiva di una politica e di una cultura della trasformazione, che riconosca i lavori (tutti) come un bene pubblico e i sistemi pubblici di protezione sociale come condizione per lo sviluppo. Che non confonda la femminilizzazione della società con gli obiettivi del femminismo, né assimili la libertà femminile alle indifferenziate libertà individuali. Che scelga strategicamente la pace, contro il dominio unipolare del mondo e per l'universalità dei diritti di cittadinanza, a partire da quelli delle donne.
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